Un sabato pomeriggio sono andata al cinema e mi sono piazzata esattamente in mezzo alla sala. Eravamo forse in 4/5. Il film era un biopic su Springsteen. Pochi volevano sapere della sua depressione, delle sue origini, di quando era un ragazzo spaurito dal successo, al culmine di una crisi che si sarebbe potuta risolvere anche per il peggio. Pochi volevano sapere di quel ragazzo cresciuto con la compagnia di meccanici, di cameriere ragazze madri, tra italiani e irlandesi, insieme ai migranti portoricani e di altri luoghi. Una volta chiese alla madre: “Ma noi siamo democratici o repubblicani?” Adele Zito rispose: “I repubblicani stanno con i ricchi, con gli industriali; noi siamo la classe lavoratrice”.
Penso che De Gregori, prima di scegliere un esempio per rappresentare il suo punto, avrebbe dovuto sapere anche solo sommariamente queste cose. Quando Springsteen a gennaio, da ultimo, se la prende con Trump, lo fa perché lui ha sorpassato un limite: ha consentito, attraverso la creazione di un corpo di polizia come l'ICE, che fossero uccisi Renee Good e Alex Pretti, due cittadini americani e ne ha, di fatto, avvallato l'esecuzione.
Era solo coerente, per il figlio di Adele Zito, che parlasse, che scrivesse una canzone, la suonasse, la portasse a Minneapolis e poi in giro per l'America. Si espresse chiaramente negli anni Ottanta contro Reagan, lo fece ancora alla fine degli anni Novanta quando fu assassinato, nella sua "pelle americana", il giovane Amadou Diallo. È ingenuo, quanto meno, pensare che voglia “sensibilizzare i suoi fan”. Io, per dire, che quando avevo 10 anni, politicamente la pensavo esattamente come adesso, come sarei potuta essere influenzata da chicchessia nelle mie opinioni politiche, quand’anche da lui, di cui divenni fan qualche anno dopo? Nascendo negli anni Settanta, in una famiglia italiana politicizzata, che bisogno ne avrei avuto?
Quel che voglio dire è che un/a artista, quando si esprime, lo fa essenzialmente in continuità con il proprio percorso, la propria identità, i propri ideali, artistici e umani.
Forse De Gregori ha intravisto anche qualcosa di eccessivo e opportunistico, nell’espressione di qualcuno e da questo punto di vista non ha tutti i torti.
Ci sono, in effetti, artisti che sembra che la Palestina l’abbiano scoperta loro e s’indignano, si strappano le vesti, quando prima, non essendo "di moda" o sotto gli occhi di tutti, non avrebbero nemmeno gettato uno sguardo a quella situazione.
Ma non posso condividere De Gregori quando dice che su Gaza e Israele si può anche non sapere che cosa pensare. Andiamo, dai, sono morte troppe centinaia di migliaia di persone per non sapere che cosa pensare, lo sappiamo veramente tutte e tutti. La verità- -qui concordo con i più maliziosi - è che De Gregori, che era e che rimane un uomo di sinistra, fa, quantunque, parte di una sinistra che si è pentita di alcuni suoi riferimenti, di alcune sue battaglie caratterizzanti che alcuni, troppi, a un certo punto hanno ritenuto non più attuali, non più in linea con un profilo svecchiato, per poi ritrovarle per strade piazze, muri di moltitudini in tutto il mondo.
Ma questa è la lettura più negativa dello sfogo del Cantautore e autore - ci si pensa con un po’ di malinconica nostalgia - di Atlantide.
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