domenica 8 novembre 2026

ZII




A.


Aldo mi accompagna al campo e mi insegna a giocare a calcio

Mi sistema la bicicletta

Ci insegna a trovare gli asparagi sotto le asparagine

Ci porta al motoraduno

Aldo ci fa l’insalata di polpi e le patate

Mi porta in moto

Aldo fa i pronostici ai Mondiali dell’86

Ci invita tutti e ci cucina il cinghiale

MI compra l’abbonamento per la Tharros, imparo a stare da sola e in compagnia

Ha un sorriso triste una sera del 1993, pensa alla sorella 

Aldo c’è il giorno della mia laurea, mi regala il mio primo regalo guadagnato 

Poi  invita tutti al bar

“Non fumare, lo dico solo per il tuo male :)”

Col suo marsupio, dopo una visita, pranziamo insieme a Marina Piccola

“A volte fai finta di dimenticarti una pastiglia, farà più bene che male”

Aldo carica in macchina il fratello e gli mette in testa il cappello: “Il cappello ti dà forza”.


 S.


Mio zio mi aveva procurato una bicicletta blu, questo è il mio ricordo. Ma mia sorella sostiene che fosse stata sua un anno e mezzo prima. Era una Graziella perfetta, solo di piccole dimensioni. Un po’ più grande c’era la bici rossa che frenava pedalando all’indietro, per mia sorella maggiore, per l’appunto, poi quella verde acqua di mia cugina, simile per foggia e dimensioni a quelle degli adulti e della mia cugina più grande. Mio cugino, invece, aveva la moto. Tra le biciclette ce n’erano anche di antiche, nere, degli anni Sessanta e Cinquanta, della generazione dei nonni. Crescendo, acquisivamo la possibilità di usare le biciclette più grandi e quelle che avevamo usato toccavano ai più piccoli. Chi c’era, dopo di me? Per diversi anni, credo nessuno: nella parte materna della mia famiglia ero la più piccola della mia generazione e si sarebbe dovuto attendere il 1981, in cui nacque il figlio della mia cugina più grande.

Zio Sergio aveva applicato le rotelle alla mia bicicletta e mi aveva detto di pedalare, poi ne aveva tolto una e poi un’altra, osservato come mi muovessi, dato qualche altra indicazione.

Un giorno trovai una gomma a terra: interruppe il lavoro in officina e immerse la camera d’aria in una bacinella piena d’acqua, pezzo per pezzo. Si arrabbiava perché non trovava nessun foro, borbottando in friulano. Io avevo capito benissimo che non ce l’aveva con me, ma che era scocciato di perdere tempo, perché il tempo è prezioso, non solo per l’officina, ma anche per l’orto, per la casa e per l’educazione. Perché l’educazione per lui era un fatto silenzioso, consisteva nell’insegnarci a pedalare, gradualmente, a curare tutti gli aspetti degli strumenti che usiamo per andare avanti, applicando un senso estetico alla vita, quello stesso che gli faceva scegliere gli oggetti secondo le esatte dimensioni delle persone e confezionare strumenti bellissimi in ferro battuto.

Quando penso a quella piccola Graziella blu penso a lui, e in quel telaio delicato ma forte, dal colore ferroso e vivo, il colore dell’officina, del lavoro, stento a trovare un’immagine più veritiera della felicità.